Alcol e adolescenza

L’uso di alcol è ampiamente diffuso tra i giovani. Le sue manifestazioni sono cambiate negli anni e lo scenario che oggi ci troviamo di fronte è diventato sempre più complesso.

L’età della prima bevuta si è abbassata notevolmente rispetto al passato: si beve già intorno agli 11 anni.

Tra i ragazzi tra gli 11 e i 15 anni la modalità più utilizzata è quella di un abuso di alcol concentrato in singole occasioni, in particolare, nei fine settimana: alle feste, durante gli aperitivi, in discoteca, raramente da soli. Ma in una stessa sera è possibile che si concentrino molte bevute.

Questo tipo di modalità è quella del binge drinking che letteralmente significa “abbuffata alcolica”.

Lo  scopo principale di queste bevute compulsive è la perdita di controllo,  l’ubriacatura. Spesso quindi la sostanza rappresenta solo un mezzo e non il fine.

La prima intossicazione alcolica si verifica di solito intorno ai 13 anni, l’abuso tende poi ad intensificarsi durante l’adolescenza mostrando un picco massimo tra i 18 e i 22 anni, con un tasso più elevato in particolare tra i giovani studenti universitari.

Altre modalità del bere non meno pericolose si sono diffuse già da un po’ tra gli adolescenti.

Il drelfie (da drunk + selfie) che consiste nel farsi fotografare ubriachi, nelle peggiori condizioni, mentre si vomita in uno stato di semi incoscienza. Le foto sono poi messe a disposizione del web a caccia di “like”.

Anche il pub crawl è una nuova moda rischiosa che consiste nel bere alcolici in diversi pub nell’arco di una sola serata, solitamente muovendosi a piedi da un locale all’altro. Normalmente il numero di pub visitati in un pub crawl è un multiplo di 3 fino ad un massimo di 18.

E per finire  l’eyeballing, alcol negli occhi. È la moda di portare l’imboccatura di una bottiglia (di vodka, ad esempio) a livello dell’occhio, come se la si stesse bevendo, per ottenere, si dice, effetti di euforia ed ebbrezza. Ma i ragazzi che praticano l’eyeballing ci arrivano già talmente ubriachi che è difficile credere che l’effetto sia reale, anche perché tale pratica provoca persino una temporanea cecità e può causare danni oculari permanenti.

Nel 2019 è stata effettuata una  ricerca dell’Ordine degli Psicologi del Lazio, effettuata su un campione di  518 studenti di età compresa tra i 13 e i 19 anni molto interessante.

Non si parla di vera e propria dipendenza ma piuttosto  di un utilizzo occasionale correlato a momenti sia positivi che negativi della vita dei ragazzi.

Una cattiva abitudine che produce alterazioni a livello neurologico, cardiaco, gastrointestinale, ematico, immunitario, endocrino e muscolo-scheletrico, gravi conseguenze che spesso i ragazzi neanche conoscono.

Nel breve termine le conseguenze e le azioni che possono mettere a rischio la vita, come il coma etilico o gli incidenti stradali rischiano di ledere l’identità dell’individuo, in un periodo della vita in cui questa stessa identità personale è in fase di formazione. 

Nel lungo termine invece l’alcol può diventare un vero e proprio regolatore emotivo, l’unico modo per “stare” in gruppo. Ogni situazione può dover essere mediata dall’alcol: si beve per dimenticare o per festeggiare: se una storia d’amore finisce oppure se la squadra del cuore vince una partita. Si beve quindi per sfuggire alle emozioni negative e per esaltare quelle positive senza conoscerne bene le pericolose conseguenze

Succede anche che, in maniera più intenzionale, gli adolescenti bevano per trasgredire pur conoscendone i rischi. In questo caso l’alcol, vietato fino ai 18 anni, diventa, prima di questa età, un comportamento di rottura, col quale l’adolescente sfida il rischio e il mondo adulto per trovare la sua identità.

La necessità di attuare strategie terapeutiche e di prevenzione è fuori discussione ma è importante che la prevenzione inizi in famiglia.

Credo siano molto interessanti  i 10 consigli ai genitori e ai familiari proposti dall’Osservatorio su fumo, alcol e droga dell’Istituto Superiore di Sanità, spunti di riflessione interessanti.

1) Provocateli: smontate con loro gli spot televisivi, analizzate i comportamenti socialmente accettati e diffusi, stimolateli a distinguersi dal branco e a essere informati.

2) Date un buon esempio: se consumate alcolici in casa, fate in modo che siano una componente ordinaria ma moderata dei pasti, senza eccessi. Dimostrate loro che ci si diverte e si sta bene anche senza alcol.

3) Informateli: parlate loro dell’alcol e dei possibili danni ad esso associati sin da bambini, non aspettate l’adolescenza, periodo di ribellione e sfida verso il “buon senso” degli adulti.

4) Distinguete: ci sono persone a cui l’alcol fa più male che ad altri. Sono i ragazzi con meno di 16 anni, ancora particolarmente vulnerabili, le femmine, che riescono a eliminare la metà della quantità di alcol che smaltisce un organismo maschile, chi deve guidare, che a qualsiasi età può diventare un pericolo mortale per sé e per gli altri.

5)  Allertate le ragazze: oltre al fatto, già citato, che le donne soffrono gli effetti negativi dell’alcol più dei maschi, vanno tenuti presenti i pericoli legati al genere femminile, come il rischio di gravidanze indesiderate o infezioni sessualmente trasmesse, oltre ai danni per il feto in una futura maternità.

6) Educateli alla differenza fra uso e abuso: assicuratevi che abbiano presenti i rischi legati alla perdita di controllo e all’ alterazione delle proprie capacità, alla guida, in un locale, di fronte al giudizio di estranei e amici.

7)  Insegnate loro a leggere le etichette: che sappiano cos’è la gradazione alcolica e diventino consumatori consapevoli.

8) Fate loro sapere che l’alcol dà dipendenza.

9) Offrite loro la possibilità di divertirsi con gli amici, a casa e fuori, imparando che esiste una convivialità analcolica.

10)  Vigilate su di loro.  Non potrete proteggerli 24 ore su 24, ma tenete gli occhi e i canali di comunicazione sempre aperti.

Spesso è attraverso i genitori che si riesce ad aiutare l’adolescente in difficoltà con delle consulenze che permettano loro di comprendere meglio le dinamiche e il modo di supportare il proprio figlio. Altre volte la richiesta di aiuto diventa il passaggio necessario per un intervento mirato sul ragazzo/a. In ogni caso un’intervento precoce è fondamentale per evitare che al problema dell’alcol ne seguano ancora altri più dannosi per la crescita psicologica dell’adolescente.

Avere un partner alcolista: eccessivo coinvolgimento o co-dipendenza affettiva?

L’alcolismo è una malattia riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

La dipendenza alcolica è caratterizzata da un comportamento ossessivo di ricerca compulsiva di bevande alcoliche e da assuefazione e tolleranza (per raggiungere un determinato effetto desiderato dall’individuo è costretto a bere quantità sempre maggiori di bevande alcoliche). Anche per l’alcol come per qualunque tossicodipendenza, la brusca interruzione del consumo di alcol causa la sindrome da astinenza caratterizzata da tachicardia, tremori, nausea e vomito, agitazione, allucinazioni, convulsioni.

L’alcolismo  non è un vizio, non è una debolezza di carattere, non è una questione di essere una cattiva persona, ma è una malattia che conduce la persona a perdere il controllo sul bere, a diventarne succube, ad assumerne sempre di più anche se consapevole delle conseguenze negative che questo comporta sia per sé che per chi gli è vicino. Il fallimento dell’alcolista rispetto all’illusione di poter essere più forte dell’alcol, lo porta a sperimentare continui momenti di frustrazione, colpa vergogna e solitudine. L’alcolismo è una malattia  che necessita di una cura medica specialistica. Come per il diabete o le cardiopatie o altro la persona deve essere accolta da personale esperto e qualificato che si prenda cura del problema. 

L’alcolismo è un problema che interessa non solo chi beve ma anche chi gli sta vicino.

Avere un partner alcolista  porta a vivere nell’incertezza, nell’ansia continua, nella preoccupazione  rispetto alla sua salute, alla sua capacità di controllarsi e di riprendersi, alla preoccupazione per i figli se ci sono.

Si può cercare di capirlo senza giudicare o accompagnarlo nel prendere consapevolezza di avere un problema e invitarlo a prendere il contatto con una struttura  o con un terapeuta.

Ma questo non è per nulla facile!

Capiterà più facilmente di provare rabbia; sarà quasi inevitabile  andare dietro al suo umore variabile, a trascurare  i propri bisogni e a sentirsi impotenti a tal punto da sperimentare una sensazione angosciante di vuoto, vergogna, impotenza, solitudine e tristezza. Sarà normale ritrovarsi  a controllare ogni suo spostamento, ogni posto dove potrebbe aver nascosto una bottiglia.

Per mantenere “lucidità” è  importante non rimanere da soli. Prendersi del tempo e provare a confrontarsi con persone che lavorano con questa malattia per informarsi, per trovare conforto, per lasciare gestire a qualcun altro, per prendere la giusta distanza. Solo in una situazione di maggiore distacco sarà possibile essere d’aiuto e prendere le giuste decisioni.

Le difficoltà a volte non riguardano solo l’accettare di non potercela fare da solo nell’ aiutare il proprio partner alcolista. Può succedere infatti di sperimentare una sensazione di invischiamento eccessivo, una  necessità di “doverlo salvare”, di doverlo controllare in modo ossessivo, di far fatica a pensare che non possa fare a meno di voi.

Quando aiutare il proprio partner ad  uscire dallo spirale dell’alcol diventa una missione di vita è possibile che ci sia codipendenza con lui/lei.

La codipendenza affettiva è una sindrome in cui esiste una connessione patologica tra una persona che mostra un bisogno estremo di dipendere (da persone o sostanze) e un’altra che ha bisogno di esercitare il suo controllo e il suo dominio per sentirsi utile, amato e per non pensare alle proprie fragilità .

Queste le principali caratteristiche dei codipendenti

  • concentrano la loro vita sugli altri
  • la loro vita dipende dagli altri
  • cercano la felicità fuori da sé
  • aiutano gli altri invece che se stessi
  • desiderano la stima e l’amore degli altri
  • controllano i comportamenti altrui
  • cercano di cogliere gli altri in errore
  • anticipano i bisogni altrui
  • sono attratte dalle persone bisognose d’aiuto
  • attribuiscono agli altri il proprio malessere
  • si sentono responsabili del comportamento altrui
  • sopportano sempre più comportamenti altrui che non avrebbero sopportato in precedenza
  • avvertono sintomi d’ansia e depressione
  • hanno una paura ossessiva di perdere l’altro
  • sviluppano sensi di colpa per i compartamenti sbagliati dell’altro
  • provengono spesso da famiglie con esperienza di codipendenza

Le persone codipendenti sono persone che hanno vissuto in un contesto traumatico (abusi e maltrattamenti, traumi precoci per la perdita di un genitore, figure di riferimento con problematiche fisiche o psichiche o che fanno uso di alcol e di sostanze stupefacenti) che di conseguenza induce la persona a farsi carico di enormi responsabilità che non le competono in una fase precoce di sviluppo. Quindi la persona si responsabilizza eccessivamente, si cuce addosso il ruolo di crocerossina o di salvatore. In realtà questo ruolo non è autentico perchè se il partner guarisse il salvatore/la crocerossina non si sentirebbero più necessari. La persona co-dipendente ha imparato che per essere amata deve sacrificare se stessa e prendersi esclusivamente cura dell’altro.

Questo meccanismo si riperpetuerà come un copione nelle sue relazioni future.

La codipendenza si sviluppa in entrambi i sessi, ma per stereotipi culturali e sociali è più frequente nel genere femminile.

Dalla codipendenza è possibile uscirne attraverso un percorso di psicoterapia che aiuti a prendere consapevolezza di bisogni reali e attivando modalità più funzionali  di relazione. Di conseguenza anche la relazione di coppia cessa di essere “in stallo” permettendo ad entrambi i partner di ridefinire i propri ruoli e le proprie problematiche.

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